VegetAlieni?

Sezione: Racconti

Francesco Guerini: brevi riflessioni sul vegetarianismo

I – VegetAlieni?
Francesco Guerini

Sempre più spesso mi trovo, da vegetariano, a discutere coi compagni di vita sull’opportunità delle mie scelte e a doverle motivare e difendere. Non trovo giusto limitare il dibattito alla sfera privata e perciò uso lo spazio di “Liberi”. L’argomento non manca di interesse e quindi: perchè vegetariani? Cosa significa questa scelta? Perchè parlarne su “Liberi di decidere”, una pubblicazione di sinistra?

Le cose non sono slegate: essere di sinistra significa anche non tollerare l’oppressione, desiderare giustizia, equità, sostenibilità, in due parole riconoscere diritti all’altro; il vegetariano è, di solito, colui che fa di questi principi i cardini morali della propria esistenza, non limitandosi alla sfera dei rapporti umani ma allargandoli all’intero sistema delle cose animate e senzienti (capaci di pensare e di provare sentimenti). Tutti, ma proprio tutti, abbiamo diritto di vivere una vita degna di essere vissuta, nelle forme che la natura ci consente, niente più.

Credo che questo non sia contestabile nemmeno dallo scettico più accanito, anzi credo che accettare questo principio segni una grande evoluzione della civiltà, insita nel processo di crescita civile come l’abolizione della schiavitù e l’antirazzismo. In effetti il vegetarismo è in crescita in tutto il mondo, anche in Italia dove i vegetariani sono circa un milione e mezzo. Senz’altro parlare di diritti degli animali farà sbuffare i più “impegnati” che preferirebbero discutere di diritti umani e poi, eventualmente, dedicarsi agli animali perchè, appunto, sono solo animali. Oltre a ricordare che anche gli uomini sono animali cito una frase di Theodor Adorno: “Aushwitz inizia quando si guarda un macello e si pensa: sono solo animali”. Il filosofo ci apre gli occhi: il dolore è lo stesso per chiunque abbia un sistema nervoso centrale ebrei o vitelli, dolore è dolore (e per molti gli ebrei erano “solo ebrei”).

Consapevolmente quindi il vegetariano si rifiuta di uccidere perchè riconosce all’altro il diritto alla vita, si rifiuta di uccidere per nutrirsi perchè i meccanismi di produzione del “cibo” negano agli animali la propria “animalità”, relegandoli allo stato di macchine da carne o da latte, annientandone i diritti e contemporaneamente sottraendo risorse utili al pianeta (come l’acqua e il suolo coltivabile).

In sostanza il vegetarismo si fonda sul totale assoluto rispetto del mondo, della vita e dei diritti altrui.

Mi domando cosa più di questo incarni l’essere di sinistra? Chissà che il tempo della salamella non volga al meritato declino.

Francesco
czec@libero.it
www.oltrelaspecie.org
www.ahimsa.it

II – VegetAlieni?
Francesco Guerini

Fortunatamente parlare di vegetarismo e diritti animali ha dato frutto grazie alla risposta di un anonimo lettore (biologo, forse) all’articolo di giugno.

Non c’è spazio per pubblicarla ma voglio comunque sintetizzarla e analizzarla in quanto riflette l’atteggiamento medio dell’opinione pubblica nei confronti delle politiche animaliste (e non solo).

Nel colpevole articolo di giugno affermavo la necessità di “riconoscere all’altro il diritto alla vita”, e “allargarli [i diritti] all’intero sistema delle cose animate e senzienti” e per questo sarei “razzista” perchè non coinvolgerei vegetali e batteri, anch’essi capaci, in misure diverse, di percepire sensazioni attraverso i sistemi immunitario e endocrino; questa capacità percettiva minerebbe (secondo il lettore) la base etica dei vegetariani, cioè quegli individui che dicono di rispettare tutti e invece infieriscono su piante e batteri, che causano il buco nell’ozono col frigorifero di casa, che inquinano l’aria con l’automobile, che dovrebbero smettere di “darsi degli alibi” per non “migliorare le cose veramente”.

Certo il fatto che un vegano consumi il 75% di risorse in meno (acqua, suolo, alimenti…) rispetto ad un carnivoro non conta niente.

I vegetariani mancherebbero di coerenza mentre il coerentissimo carnivoro non fa differenza: tutto è utile a riempirsi la pancia, che siano animali che amano la propria madre o forme di vita semplici fa lo stesso di fronte alla necessità di cibo e vestiti.

Invece ci sono differenze che vanno riconosciute e ci sono strade diverse per risolvere i problemi.

Chi sceglie la via vegetariana fa molto, se non riesce a fare tutto non vuol dire che sbagli: se il signor Schlinder (“the Schlinder List”) pensando fra sè e sé “è inutile, non potrei salvare tutti gli ebrei” non avesse mosso un dito sarebbe stato molto peggio (qualcuno crede il contrario?).

Si fa ciò che si può fare. Il vero alibi lo cerca chi ci dissuade con le motivazioni di una maggioranza, di una cultura, di una scienza e di una società dominanti, col solo motivo di non doversi assumere le stesse scomode responsabilità (concorderete che “maggioranza” non è “verità”).

Il risultato finale, quello di rendere meno nefasta la presenza dell’uomo sul mondo, si può raggiungere anche astenendosi dall’allevare animali per ucciderli e trasformarli come oggetti per mangiarseli, distribuendo in modo sostenibile le risorse destinate all’allevamento. Screditare non giova. Incontriamoci e una strada condivisa si troverà.

Francesco
czec@libero.it
www.oltrelaspecie.org
www.ahimsa.it

III – VegetAlieni?
Francesco Guerini

Il viaggio verso la Festa Nazionale de l’Unità a Bologna,
quest’anno è stato occasione vera di dibattito politico. Con i
compagni della mia Sezione è nato un discorso/scontro sul
vegetarismo (ovvio!) da cui credo germoglierà qualcosa.
L’ambiente culturale del dibattimento è quello di sempre: un misto
di forte disinformazione e di incolpevole superficialità che
impediscono la comprensione profonda delle conseguenze del nostro
comportamento alimentare.

Questa volta, con una battuta, si discuteva sulla scelta dei
vegani di non bere latte: mi si ripeteva “se la mucca non la mungi
sta male” per giustificare la sudditanza cui i bovini sono
costretti.

Purtroppo questa osservazione (sostenuta da un diploma in agraria
e dall’attività familiare) non considera che la base della
sofferenza animale siamo noi uomini che abbiamo estraniato intere
specie dai loro comportamenti naturali (per il discutibile motivo
di trarne il massimo profitto): oggi una mucca produce 10 volte il
latte che produrrebbe in natura, per renderla “produttiva” è
necessario ingravidarla (artificialmente) e allontanare il vitello
che altrimenti berrebbe il latte destinato alla vendita. Il
piccolo viene poi stazionato in una “cella” sollevata da terra o
in un igloo di cemento a poca distanza dalla madre, in attesa di
essere macellato (se è maschio) o indotto alla produzione del
latte (se è femmina).

L’impossibilità di contatto fra madre e cucciolo, che spesso si
vedono ma che non possono raggiungersi, fa soffrire entrambi
(ovviamente): se non potessi raggiungere mia madre io soffrirei,
figuriamoci se sfruttassero il mio metabolismo per lucrare (vedo
già le nuvolette sopra le vostre teste “ma è solo una mucca, tu
sei un uomo perdio!” ma voglio evitare un commento).

I veterinari che affiancano l’allevamento invece di garantire la
salute psicofisica dell’animale si sono impegnati per trarre dalla
bestia tutto il possibile e le vacche (in questo caso) vengono
spremute come limoni.

Limitarsi ad una visione restrittiva come quella del “se non la
mungi sta male” non ci lascia vedere che la sofferenza è la base
del nostro trattamento degli animali d’allevamento (in natura una
mucca non ha mai avuto bisogno di essere munta dall’uomo, ci pensa
il vitello).

Dobbiamo vedere le cose come sono: inique.
Fortunatamente una volta giunti alla Festa Nazionale de L’Unità ho
goduto nel vedere un ristorante proporre nel menù piatti
compatibili con le mie idee e il mio modo di fare politica.
Segno che FORSE la sinistra comincia a capire che fra le vittime
della sofferenza non ci sono solo uomini.

Francesco
czec@libero.it
allevamento
ENRICO MORICONI (veterinario), Le fabbriche degli animali, Ed. Cosmopolis, 2001

IV – VegetAlieni?
Francesco Guerini

Durante un incendio nella foresta, mentre tutti gli
animali fuggivano, un colibrì volava in senso contrario
con una goccia d’acqua nel becco
«Cosa credi di fare?» gli chiese il leone
«Vado a spegnere l’incendio» rispose il piccolo volatile
«Con una goccia d’acqua?» disse il leone con un sogghigno
di irrisione ed il colibrì, proseguendo il volo, rispose
«Io faccio la mia parte!»

Questa breve storia l’ho letta sull’ultima nota informativa
dell’associazione ProgettoGAIA che ha lanciato una campagna,
chiamata appunto “Io faccio la mia parte”, che ci invita, per un
giorno alla settimana, al consumo equo e sostenibile. Le
indicazioni di ProgettoGAIA si concentrano in primo luogo (il
punto fondamentale) sul consumo di alimenti di derivazione
animale, in secondo luogo su altri comportamenti virtuosi come
utilizzare mezzi pubblici anziché privati, acquistare
dall’agricoltura biologica, dal commercio equo, da associazioni e
cooperative.

Come mai si dà precedenza al “non mangiar carne, uova e latticini”
rispetto ai “comportamenti sostenibili” che tutti riconoscono?
La misurazione dei fatti rivela che la produzione e il consumo di
derivati animali è fortemente impattante sull’ecosistema terrestre
ed umano: più del traffico e del riscaldamento domestico.
Riporto solo due esempi:

― guidare per un giorno una automobile americana produce 3Kg di
gas serra, produrre un hamburger (uno solo) di carne di manzo in
Costa Rica (molta carne occidentale viene dalle foreste
sudamericane) ne produce 75Kg

― per nutrire adeguatamente tutti coloro che oggi muoiono per
denutrizione è neccessaria una quantità di grano (12.000.000
tonnellate) che sarebbe disponibile se il 10% dei cittadini
americani rinunciasse alla carne (nota*)

Insomma, anche se tutti viaggiassimo in bicicletta non potremmo
ottenere gli stessi benefici ecologici derivanti dalla rinuncia
alla carne.

La goccia per spegnere l’incendio può essere portata da ognuno di
noi rinunciando un solo giorno alla settimana a carne, latte,
formaggi, riducendo di un terzo la propria Impronta Ecologica sul
pianeta (per quel giorno).

Ridurre questi consumi (possibilmente fino a eliminarli) è quanto
meglio si possa fare per la salute del pianeta e dell’umanità.
Invito tutti i lettori a visitare sul web ProgettoGAIA (che dà
maggiori e più dettagliate informazioni) ed aderire, secondo un
principio caro alla Sinistra, ad una iniziativa che ridà forza al
comportamento individuale in difesa del bene comune. Non solo
quello degli uomini.

Francesco
czec@interfree.it
(nota*) centinaia di dati, completi di fonti bibliografiche, su:
www.progettogaia.org
www.alimentazionesostenibile.org

VegetAlieni? 2004-02
Francesco Guerini

In un corso sui luoghi della salute presso il Politecnico di Milano è stato organizzato un bell’incontro coi rappresentanti di una nota istituzione di raccolta fondi per la ricerca medica.
La relatrice ci spiegava che uno dei rami di ricerca fondamentali della medicina contemporanea (dai ’70 ad oggi) è la genetica. Ci veniva illustrato, assieme ai grandi passi avanti, che nella mappatura conosciuta del genoma ci sono piccole sequenze delle quali non si conosce il significato definite “junk-dna” (dna spazzatura); per decifrarli sono stati effettuati dei confronti con specie diverse dalla nostra e fatti nascere in laboratorio esemplari animali (moscerini ma non solo) con dna modificato senza le sequenze “junk”.
Ovviamente sono nati (!) individui animali diversi da quelli naturali che sono poi stati studiati.
Mi sono permesso di fare due domande (una legittima, l’altra provocatoria):

1.Dal momento che alcuni stimati esponenti della ricerca medica ritengono inefficace e pericolosa per l’uomo1 la sperimentazione su animali non potrebbe darsi che la ricerca genetica sugli animali potrebbe dare esiti diversi (e pericolosi) sugli umani?
2.E quindi non sarebbe potenzialmente più utile sperimentare direttamente sull’uomo?

In sintesi le risposte sono state le seguenti

1.Si, in effetti non si conoscono con precisione le conseguenze della sperimentazione e in alcuni casi la ricerca sugli animali ha disatteso le aspettative, purtroppo è l’unico strumento che abbiamo per far progredire la scienza.
2.Sarebbe sicuramente più utile sperimentare sull’uomo ma (parafrasando) “non siamo come Mengele” .

La conclusione che ne traggo è che gli addetti alla salute hanno in testa solo quella umana (non quella del mondo, in nome della “superiorità umana sulle altre specie”) e che non siamo noi a pagare i successi del nostro benessere (parassiti?).
Secondo la dottoressa questi sono pensieri “poco razionali”, (è vero, non per questo non sono legittimi) ma il pensiero razionale non ci giustifica sempre.
Si aborre il paragone con Mengele; francamente (e personalmente) non vedo differenze nell’impostazione: i soggetti su cui si studia non sono consenzienti, non trarranno giovamento dalla ricerca e non si possono difendere di fronte ad un gruppo di soggetti dominanti (nelle stesse condizioni io impazzirei, e anche la dottoressa, credo).
In un periodo in cui sta finalmente crescendo la consapevolezza che il nazismo fu una delle massime espressioni della razionalità2 in ogni campo forse ci si accorgerà delle lancinanti somiglianze tra Mengele e un laboratorio di ricerca.
E del mare d’ingiustizia della società civile.

Francesco
czec@interfree.it

1 Dr. Stefano CAGNO, Gli animali e la ricerca, Ed. Riuniti 2002
2 Charles PATTERSON, Un’Eterna Treblinka, Ed. Riuniti 2003

VegetAlieni? 2004-03
Francesco Guerini

La natura è una madre terribile. È sufficiente imbattersi in un documentario naturalistico per assistere all’orrido mangiare/essere-mangiati cui si riduce lo svolgimento della vita su questo pianetino.
Ricordo con angoscia una scena in cui un lupo affamato divora un neonato di foca nel momento preciso in cui esce dall’utero della madre, che impegnata nel parto non è in grado di fuggire e mettersi in salvo col suo piccolo: ricordo lo sguardo della madre foca, l’immenso grido di ghiaccio dei suoi occhi, l’inutile vita del neonato, venuto al mondo per finire nello stomaco di un lupo. Che significato ha avuto il suo passaggio nel mondo?
Davanti a questo sembra impossibile poter fare qualcosa per limitare l’infinito strazio delle cose viventi e tutto sembra inutile.

Eppure rimuginando lungamente sulla questione credo che l’impronta umana sulla biosfera sia ancora peggiore dell’orrore fatale della natura.
Siamo l’unica specie ad aver pianificato la vita delle altre (animali e vegetali) a nostro uso e consumo. Ciò che succede nelle stalle e nei laboratori di ricerca non è meno ingiusto della natura, nel cui disegno le cose avvengono per necessità ultima di sopravvivenza (che giustifica tutto).
Al contrario il rapporto ‘umani/resto-del-mondo’ è strutturalmente rivolto al benessere/progresso della sola specie umana, non alla sua sopravvivenza in simbiosi con l’ambiente.
Un’esempio dell’antropocentrismo sfrenato? Dopo aver causato le varie epidemie di mucca pazza e polli avvelenati alla diossina a chi ne ha fatto pagare le coseguenze? Agli umani responsabili o ai MILIONI di mucche e polli (e chissà chi altro) ammazzate e incenerite per la sicurezza del mercato e della salute pubblica? (quella degli uomini naturalmente, gli animali vadano pure al rogo purificatore).

Non già per sopravvivenza ma per garantirci agi, comodità e privilegi cui il nostro stile di vita ci ha abituati: ipernutriti, ipermobili, troviamo tutto al supermercato senza conoscere minimamente la storia del prodotti che acquistiamo, se hanno causato danni all’ambiente o sofferenza di altri esseri viventi (avete mai visto un camion per il trasporto dei maiali al macello? Quando vi capita cercate il loro sguardo).

Preoccuparsi è impegnativo, ma è impossibile provarci?

Eppure per limitare lo strazio, la sofferenza del mondo basterebbe semplicemente scegliere cosa mangiare, cosa indossare, quali vacanze, ecc, quali sono le azioni e i comportamenti da cui astenersi.

Eppure è possibile progredire senza infierire sul mondo.

–Sai, oggi ho salvato una donna da uno stupro!
–E come hai fatto?
–Semplice, mi sono trattenuto.

Francesco
czec@interfree.it

VegetAlieni? 2004-04
Francesco Guerini

Si avvicina la Pasqua.
Essendo stato cattolico per diversi anni so che si tratta della festa più importante, quella che dà il senso alla teologia cristiana: il tripudio della resurrezione di Cristo immolato per i peccati dell’uomo ridona all’umanità la speranza della redenzione (mi scuso per la descrizione sbrigativa).
Fin qui niente male.
La Chiesa insiste nella liturgia su Cristo-Agnello che si offre in sacrificio per l’umanità intera. La sua figura commovente rende chiaro il dolore che Gesù, agnello, vittima innocente, bianca e pura, accetta coscientemente di subire per amore nostro.
Tutto ciò è limpido e toccante.
Da sempre non capisco, invece, come questo ammirabile sentimento possa precipitare tristemente nella solita squallida legge del più forte.
Nel mondo cattolico l’agnello è nel giorno di Pasqua, l’ingrediente principale del pranzo della festa.
Fortunatamente, anche in tempi di professione di fede non ho dato credito a questa usanza barbara di nutrirsi di neonati.
Trovo veramente contraddittorio che una religione che vuol’essere portavoce di un Dio d’amore possa nel suo giorno più importante conciliare un comportamento oggettivamente crudele come questo.
L’agnello e il macellaio: l’immagine di uno scontro vile e impari che urla tutta la sua ingiustizia (per questo forse l’agnello è il simbolo dell’innocenza).
I simboli sono importanti, è quindi poco chiaro come possa sussistere il paragone fra il sacrificio del venerdì santo e l’esecrabile mattanza di cuccioli messi al mondo appositamente per saziare i fedeli nel giorno della festa. Come si può festeggiare la resurrezione del Cristo-agnello simbolico divorando agnelli vivi e reali?
Ai miei occhi miscredenti il messaggio appare illeggibile.
Sarà forse un rito per interiorizzare il corpo del sacrificio di Gesù, ma per far questo c’è già la comunione.
Al di la dei significati teologici e dei simboli pur necessari all’uomo di fede credo invece che sia solo un gesto feroce e vigliacco e mi chiedo se la fede ha ancora bisogno di queste manifestazioni e dimostrazioni?
Faccio appello ai cattolici perchè si astengano da questa abitudine fredda e incivile e nel caso fosse troppo tardi chiedo a tutti di meditare (e non di pregare perchè ufficialmente la Chiesa ha affermato che gli ANIMAli non hanno ANIMA e non hanno un aldilà) se sia più cristiano preservare una vita o assolvere ad un’abitudine millenaria? Un rito ci rende uomini migliori e migliori credenti o forse è la compassione per gli altri a farlo?
Se Cristo ha scelto di immolarsi i cuccioli certamente no, privi come sono [a causa nostra] della facoltà di decidere della propria vita e della propria la morte.
Francesco
czec@interfree.it

VegetAlieni? 2004-05
Francesco Guerini

Progettogaia è un’associazione animalista (ne faccio parte) che promuove nuovi stili di vita per sostenere l’equilibrio naturale terrestre.
In questi giorni nel gruppo di discussione on line si dibatte aspramente sulla necessità che tutti gli iscritti debbano essere veg*ani (vegetariani/vegani).
Si distinguono due linee di pensiero: la prima, largamente minoritaria, è quella rappresentata dai non vegetariani, che difendono il diritto di essere animalisti/ambientalisti pur nutrendosi di carne, il secondo, maggioritario, ritiene incoerente che ci si definisca animalisti senza essere veg*ani e invita i carnivori a meditare (e in alcuni casi anche ad andarsene).
Il caso mette in evidenza quel rigore ideologico comune agli animalisti, a tante parti della Sinistra e in genere a chi vede l’ingiustizia e vi si oppone: non si è disponibili a trattare.
Essendo vegano penso che un’animalista credibile come tale debba assumersi responsabilità definitive e smettere di nutrirsi di carne, per usare un’abusato retorico refrain diciamo che è il caso farlo “senza se e senza ma”.
Questo perché la condizione animale oggi è talmente intrisa di sofferenza che è moralmente inaccettabile continuare a infierire.
Tuttavia penso che un’altra buona ragione per la diffusione del vegetarismo OGGI sia il suo alto grado di sostenibilità contro il costo ambientale della dieta carnea, che divora su tutta la linea ‘produttiva’ le risorse di tutti a beneficio di una parte infinitesima della popolazione mondiale (di TUTTI gli abitanti della terra, non solo degli uomini). Accetto di buon grado quindi il veg*ismo di matrice ambientalista.
Diventando vegan si riduce di tre quarti la propria impronta ecologica, molto più di quello che si potrebbe sommando risparmio energetico, biologico, utilizzo di mezzi pubblici invece che privati, boicottaggio alle multinazionali, eccetera(*)
Per questo è necessario che veg*ani e onnivori si incontrino nell’intenzione di un cammino che al rispetto della vita degli altri come imprescindibile segno di civiltà e giustizia affianca negli effetti un miglioramento sostanziale delle condizioni ambientali: cominciando dalla misura di cui si è capaci (far quel che si DEVE, nella misura in cui si può) per giungere al veg*ismo.
È necessario e giusto accogliere nei gruppi animalisti a maggioranza veg*ana coloro che intendono “essere parte” di un gruppo che agisce per un mondo meno ingiusto di quello di oggi, impegnandosi individualmente (e responsabilmente) a fare POLITICA scegliendo di non alimentare sistemi che sfruttano e fanno soffrire gli altri e il mondo.
Francesco
czec@interfree.it
(*)
www.progettogaia.it
www.saicosamangi.info
www.oltrelaspecie.org

VegetAlieni? 2004-06
Francesco Guerini

In questo primo anno di VegetAlieni? ho spesso affermato che la dieta vegan riduce del 75% la nostra impronta ecologica. Un’amica mi ha chiesto di motivare il dato, comprensibilmente incredula.
È normale rimanerne sbigottiti perché non si ha più la cognizione della storia produttiva degli oggetti/alimenti che acquistiamo ogni giorno. Il sistema di vendita delle grandi catene commerciali e dei marchi ha annullato la curiosità su ciò che sta “dietro” i prodotti (mezzi necessari alla nostra vita).
È ormai nota la leggenda metropolitana dei ragazzini di città che non riescono a collegare l’immagine del pollo confezionato con l’animale che talvolta in campagna si vede razzolare nei cortili.
Lo scollamento tra l’oggetto comprato e la sua storia favorisce il sistema di produzione/vendita perché non stimola il consumatore (questo noi siamo) a voler conoscere cosa sta comprando, di cosa è fatto e come è stato fatto, cancellando a monte possibili remore e scrupoli morali.
Uno degli strumenti principali della società umana odierna è l’uso dell’immagine come mediazione fra i soggetti: l’immagine è l’interfaccia fra gli individui, ciò che consente loro di comunicare. Questo sistema è tanto affascinante quanto rischioso quando si finisce per vedere solo ciò che si vuol far vedere e solo ciò che si vuole vedere.
Si generano vuoti d’informazione che possono danneggiare il consumatore che, secondo le proprie aspettative, riceve dal prodotto solo l’immagine stimolante, garantita dalla sicurezza del marchio.
Per correttezza è necessario ricordare che le aziende non sono necessariamente impegnate a truffare la gente e che i processi produttivi, sono comunque conoscibili attraverso semplici indagini.
A questo punto ci domandiamo di nuovo: come è possibile che un vegan consumi un quarto delle risorse consumate da un onnivoro/carnivoro?
Così:
chi consuma carne/latticini deve nutrire anche tutto il processo necessario alla loro “produzione”: dal mangime per gli animali (semina, irrigazione, raccolto, trasformazione dei cereali semplici in mangimi, trasporto, ecc…), all’allevamento (stalle e macchinari, abbeveraggio*, lavoro, ecc) alla macellazione (trasporto, uccisione e smembramento del corpo, conservazione e confezionamento) fino all’attribuzione di un’immagine commerciale (design del prodotto/packaging, lavorazione).
Tutto questo comporta spese energetiche e materiali (anche solo in termini di energia elettrica e di acqua) che per un vegan non sono necessarie in quanto si passa dalla fase agricola a quella del consumo, saltando tutte le fasi intermedie.
Ci avreste mai pensato di fronte ad un hamburger?
Francesco
czec@interfree.it
(*)
una mucca da latte beve fino a 200 litri d’acqua al giorno (da:www.saicosamangi.info)

VegetAlieni? 2004-07
Francesco Guerini

Possiamo dirlo: le ultime elezioni amministrative ci hanno regalalato qualche soddisfazione,in particolare con la presenza di Agostino Alloni alla vicepresidenza provinciale.

Alloni è una persona attenta alla gestione del territorio, portatore di una cultura di rispetto dell’ambiente naturale, tuttavia il programma elettorale desta preoccupazioni e sensazioni di deja vù.

Alla base dell’insoddisfazione c’è una considerazione fondamentale che può essere introdotta da una domanda:

di chi è il territorio?

E in secondo luogo:

chi/cosa fa parte dell’ambiente?

Provo a rispondere partendo dalla seconda e in modo molto semplice: l’ambiente comprende tutto.

Sembra riduttivo ma provate a pensare ad uno spazio fisico estraneo alla condizione di “ambiente”: semplicemente non è possibile, perchè ogni avvenimento in un luogo del pianeta genera conseguenze sui luoghi circostanti e sulle forme viventi che li abitano.

Si configura un’idea di “ambiente” come l’insieme del territorio e dei suoi abitanti, in relazione con altri luoghi e abitanti vicini. Anche le nostre città (con noi abitanti) sono “ambiente” nè più nè meno delle porzioni di campagna con i fossi e i campi agricoli coltivati a mais.

A questo punto è più facile rispondere alla prima domanda: il territorio è di tutti coloro che lo abitano. Per “tutti” si intendono tutte le forme di vita che hanno bisogno di quel territorio per vivere e che quindi naturalmente lo abitano: alberi, rane, uomini, pesci, uccelli, ecc… generalmente (e storicamente) la natura ne regola il numero, secondo le specie, in base a dinamiche di mantenimento dell’equilibrio dell’eco-sistema, col risultato finale di perpetuare le condizioni ambientali favorevoli alla vita.

L’uomo al contrario considera “l’ambiente” come terra propria e sorgente di “risorse” spaziali e naturali destinate ad alimentare un ciclo che non è più quello ecologico ma è limitato alla cultura umana e alle sue necessità: il centro della questione non è più l’ambiente nel complesso ma solo l’uomo.

Lampante dimostrazione di questo fatto sono tutte queste politiche di “tutela” del territorio, presenti anche nel programma provinciale, volte a eliminare gli individui “eccedenti” di questa o quella specie animale o vegetale (spesso introdotte dall’uomo) dimenticando che i più infestanti siamo noi: lottizzazioni “immerse nel verde”, strade, cave, coltivazioni (tutta la superficie disponibile non urbanizzata) e il nostro numero sempre crescente di individui.

L’approccio politico sostanziale all’ambiente presente e futuro è quello di eliminare gli animali in eccesso (facendo felici le associazioni di caccia e pesca) o cominciare noi per primi a consumare meno spazio, meno energia, meno acqua, meno ambiente?

Francesco

czec@interfree.it

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