Note su “L’Assassino Cherubico”

Romanzi: Assassino Cherubico

Da qualche parte, in uno dei suoi numerosi scritti, Paolo Ricci, definendo la “compassione”, usa l’espressione “fiore nel deserto”. Si tratta di una formulazione alla quale speriamo presto di dedicare uno studio approfondito per la sua indiscutibile pregnanza filosofica. Per ora si vuole approfittare di una frase centrata in un certo contesto per inquadrare la natura del primo “romanzo animalista”: “L’Assassino Cherubico”. Avvicinandosi a questo romanzo pare, infatti, di trovarsi di fronte a un fiore nel deserto. Sembra inconcepibile che un’opera così caratterizzata veda la luce nel nostro tempo. Essa presupporrebbe l’accompagnamento di un articolato dibattito intorno ai numerosi temi affrontati, un clima conflittuale che lo annunci, un ambiente sociale che lo supporti. Invece non c’è niente di tutto questo. L’Assassino Cherubico appare come una meteora nel vuoto siderale, una lama di luce che taglia le tenebre.

Sono noti i caratteri di quello strano composto che strascica un nome che dovrebbe essere onorevole – “Animalismo” – in uno degli scenari più sconfortanti del nostro tempo. Esagerazioni? Solo per chi non conosce l’ambiente: si consideri infatti lo scarto che sussiste tra il potenziale di rinnovamento sociale insito nell’allargamento della sfera dei diritti agli ultimi della terra (gli animali) e l’assoluto torpore, il continuo piagnisteo infantile e autolesionista, l’azione minimalista, quando non, addirittura, l’equivoca collaborazione con un infido nemico, che segnano severamente buona parte dei movimenti che oggi si fregiano dell’attributo “animalista”. I motivi dello sconforto sussistono tutti e hanno una ben precisa ragione d’essere.

Per questo l’Assassino Cherubico nasce fuori da ogni logica. Nasce semplicemente in un animo logorato da uno sguardo disperato sul mondo, appena attenuato da una venatura ironica, forse naturale, forse estrema difesa.

Siamo negli ultimi anni del secolo scorso, quando la storia del Paese raggiunge lo splendido fulgore dell’approdo berlusconiano i cui tratti antropologici riescono a caratterizzare anche i governi della fazione opposta. In questa cornice, Federico Nadali un giorno va a Napoli, si procura delle armi con i soldi della liquidazione e incomincia a fare fuori cacciatori e vivisettori.

Le sue limitate risorse non gli permettono di compiere grandi stragi. Si limita a uno stillicidio di estinzioni ben selezionate su soggetti particolarmente ignobili. Il relativo principio di selezione adottato, non sembra tuttavia il risultato di una impossibilità di installare una catena di smontaggio di maggiori dimensioni, ma piuttosto dall’intenzione di colpire individui particolarmente repellenti.

Solo il primo omicidio sembra annunciare una metodologia cieca e indiscriminata. Infatti la prima vittima non viene presentata. E’ un ignaro non-personaggio come potrebbe essere uno dei tanti nostri conoscenti che ammazzano esseri minuscoli per puro divertimento. L’omicidio si presenta con una grazia incredibile e forse poche volte un assassinio è stato presentato in modo così garbato.

Ecco il segreto, avvicinarsi con profonda deferenza.
Signore, Lei cacciatore, sì, anch’io, guardi qui.
Sorriso bonario da vecchio SS. Guardi nella borsa! Il testone ricciuto si piega meravigliato e guarda nella borsa ove spunta la canna della pistola. Clic!
Si riversa, crolla, non chiama la mamma, non si piscia addosso, non ha tempo, cade graziosamente a differenza di altri che rovinarono senza eleganza.

Poco prima l’omicidio era stato preceduto da uno splendido passo:

Osservo i gatti ed i cani per ore, questo mio amore mi ha condotto ad essere quello che sono. Il fatto che io non sia in grado di strappare un fiore non mi rende meno attivo nei campi della violenza. Come i vecchi samurai di un tempo pratico la meditazione in una stanza scalcinata e spesso accarezzo un gatto mentre fisso l’oscurità. Non ho più bisogno di immagini perché sono svuotato di immagini. Ma questa nuova, micidiale attività mi rende umano in una maniera peculiare. Gli uomini come me giungono, stranamente, all’azione dopo averla evitata per tutta la vita. Sono sulla via di coloro, che la Ortese chiama “uomini del lutto”, che si misurano nell’azione dopo aver scelto un iter particolarissimo che conduce allo strazio.
Ora nell’azione ci sono e ci nuoto come un pesce nell’acqua.

Un passo che sembra preannunciare una azione distaccata e indiscriminata. E invece no. Le vittime successive sono tutte presentate come esseri particolarmente repellenti e violenti. Esseri che pagano una errata collocazione nel mondo. Emblemi della espressione del Male in Terra con l’aggravante di esercitare le loro orribili pratiche verso gli animali. Una nuova figura appare per la prima volta, crediamo, sulla scena mondiale: un vendicatore che, preso atto della barbarie insita nella violenza disposta agli esseri piu’ deboli, decide di seminare il terrore nelle lande della Toscana con qualche digressione nelle terre circostanti.

Emerge un antieroe (ma perché non un eroe a pieno titolo?) di nuovissima natura che accoppa persone particolarmente crudeli distintesi in pratiche sadiche. Il metodo? L’impiego di abili travestimenti e il depistaggio degli investigatori con fantomatici comunicati di un nuovo gruppo terroristico: le Brigate Verdi Internazionali.

Tutto sembra condurre la trama intorno alla questione più trascurata del nostro tempo suggerendo un nuovo approccio al problema della “liberazione animale”: un approccio ben lontano, e più drastico, di quello proposto dalle frange più avanzate del movimento animalista liberazionista e radicale che, nella realtà, si sono limitate, e soltanto in casi estremi, a distruggere qualche impianto o qualche laboratorio e niente più.

Con queste premesse il romanzo potrebbe incanalarsi nel trilling e disegnare un’originale rappresentazione di una potenziale ribellione ancora virtuale e racchiusa nelle pagine della finzione. E invece no. Mentre l’attività del Nadali si snoda tra un omicidio e l’altro, si sviluppa parallelamente un percorso filosofico sui mali del mondo, o, meglio, sul Male tout court. Che i suoi interlocutori siano uomini di chiesa, vecchi amici, compagni del tempo perduto o gli incontri della vita, tutti, chi in un modo chi nell’altro, vengono trascinati dal protagonista nella sua “ricerca”.

Poi entrano in gioco angeli e animali i quali, nelle notti tormentate del killer, prendono il pallino della discussione e trascinano il dibattito filosofico e riflessivo sul mondo toccando, talvolta, vecchi problemi con una aggiornata versione dei classici punti di riferimento. Non c’è nulla di disneyano negli animali parlanti. Come non ci sono tracce di new age negli angeli rappresentati; siamo ben lontani dallo sbrago dell’angelogia ridicola, oggi di moda, colpevole quanto il peggio dell’umano nel disarmare una Critica di cui pare si sia persa la traccia. No! Angeli stranissimi assai simili a quelli “sopra Berlino” – angeli molto strani, in quanto non possiedono la proprietà fondamentale che a loro è richiesta, essere emissari del Divino – e animali ancora più strani, con i sublimi dialoghi che intrecciano, sembrano suggerire, ancorché una proiezione inconscia del protagonista, la fondazione di una realtà metafisica che conferisce illusorietà alla dimensione vissuta da Federico e dagli umani. Un poco come nel racconto della farfalla di Chuang Tsu, in cui non ci si districa tra il livello reale e quello onirico.

Dunque un romanzo che non si risolve e che rimane sempre sospeso tra la riflessione filosofica sulle ragioni del Male e l’azione militante che influenza una incombente rivoluzione animalista mondiale. Accade infatti che una strana scintilla, un misterioso corto circuito costruito con un improvviso feed-back nelle primissime parti del romanzo, scocchi tra Federico e un infante che vede la luce a Londra un quarto di secolo prima dello sviluppo degli eventi. Tale scintilla determina una trasmigrazione del principio della compassione violenta. Prima si trasmette al pupo che, da adulto diventa riferimento di un autentico gruppo brigatista; poi, si assiste al diffondersi epidemico del virus liberazionista a gruppi animalisti sempre più determinati e violenti. Federico risulterà così essere la cellula di una mutazione genetica che aggiunge un cerchio all’onda rivoluzionaria agente nella storia e che produce inclusioni successive di esseri nella sfera dei diritti.

La vita di Federico, spegnendosi, si rivelerà magnificamente spesa, compiendo, egli, la prima frazione di una staffetta necessaria. Ciò che introduce nel mondo è un principio tanto nuovo quanto logicamente serrato: gli animali non solo sono degni di rispetto e diritti, ma nel momento in cui questo rispetto e questi diritti vengono non solo ad essere negati, ma addirittura rovesciati, diventando essi il punto terminale in cui si concentrano tutte le distorsioni di una umanità spregevole, l’uomo che per motivi misteriosi trascende la sua animalità, si ribella con i soli mezzi che possiede e indica la via a tutti quelli come lui. La sua fede abbatte le montagne, proprio come quella del “Vecchio 90enne Sciocco dei Monti Settentrionali” citato nel testo taoista Lieh Tsu. E seguendo il dettato taoista, egli diventa grande nel momento in cui si fa piccolo: nessuno, fino alla scoperta della polizia per qualche insignificante particolare trascurato, lo sospetterà come il responsabile dell’inizio della catena di omicidi.

Il personaggio: le strane oscillazioni di Federico Nadali

Esistono tre tipi di bestemmiatori.

Il primo è l’ateo incallito. Egli è un bestemmiatore improprio. Non “credendo”, non può offendere colui che viene ritenuto puro e esclusivo parto della fantasia. La sua bestemmia è soltanto espressione di uno stato interno, generalmente – anche se non sempre – di disagio.

Il secondo è il credente colorito. Una specie di bestemmiatore rovesciato. E’ quello che ammicca a Dio e sembra dirgli, con un paradossale sistema, “tu mi sei caro”. Colui che si trova in questa strana condizione, in genere ha i piedi in terra di Toscana e sembra scegliere un modo molto speciale di preghiera.

Il terzo è il bestemmiatore vero: quello che “crede”, ma si rivolta contro un disegno che non comprende e che giudica profondamente iniquo. Bestemmiare, in senso proprio, significa fondamentalmente “credere e ribellarsi” secondo il modello di Capaneo che viene, tra l’altro, citato in qualche parte del romanzo.

Ora, è difficile trovare uno scritto in cui la Divinità sia stata fatta a pezzi come in questo romanzo. E’ difficile, e forse dipende dalla nostra ignoranza, trovare un luogo letterario in cui Dio e tutte le sue rappresentazioni culturali siano così pesantemente screditate. Federico è il più terribile distruttore di divinità che si possa immaginare di incontrare. Allora c’è da chiedersi che tipo di bestemmiatore egli sia. La domanda non è oziosa, perché tutto il percorso filosofico del personaggio si snoda tra discussioni in cui il bersaglio risulta proprio essere Dio, ora ipotizzato nella figura del Demiurgo, ora apertamente indicato come produzione della mente umana.

Sicuramente Federico non è un bestemmiatore del secondo tipo per l’aperta ribellione che informa il suo essere e, se ci è concessa una battuta, anche per una ostilità dichiarata e rappresentata in modo colorito verso la trogloditica componente umana armata dei luoghi in cui la bestemmia è una carezza indirizzata al Signore. Potrebbe essere un bestemmiatore del primo tipo giacché sono numerosissimi i passaggi in cui ogni religione viene marxianamente interpretata come proiezione dell’umano. Questo atteggiamento possiede poi una coda nell’aperta critica, che spesso diventa invettiva, al clero di ogni religione logicamente intravisto come la manifestazione del potere più subdolo, quello che promuove la creazione di un guardiano interno che spesso porta al disfacimento della personalità combattuta tra la paura della perdizione e il rifiuto di lati importanti della propria natura.

Ma un atteggiamento di negazione ateistica della divinità implica, alla fine, un certo distacco verso il problema e anche un certo fastidio a insistere su tesi giudicate indubitabili. Cosa che invece qui non accade per l’ossessivo ritornare su discussioni in cui il protagonista trascina i suoi interlocutori. Si tratta di discussioni filosofico-teologiche che tradiscono alla fine la profonda aspirazione alla “remunerazione” per il dolore patito dagli esseri. Il protagonista sembra rivolgersi – in un ansioso desiderio di risposta alla sua profonda angoscia – all’esistenza di una Luce Primigenia che conserva gelosamente il segreto della sua natura (o non-natura) e che, col suo silenzio, viene ritenuta responsabile delle indicibili sofferenze dell’esistere. E poiché la risposta non può venire per definizione – la Luce Primigenia è al di là dello spazio-tempo – egli trasferisce le sue rabbiose concettualizzazioni a un Dio ridotto a demiurgo, disprezzato dagli angeli, costantemente dileggiato, e perciò, dunque, sospettato di e o ripiegato verso sé stesso, alla banalità del suo esistere e privo di un autentico rapporto col sacro. Solo le grandi figure confrontano questo senso di meraviglia verso il mondo con il dolore che ne costituisce una fitta e inestricabile trama. Solo le grandi figure, gli esseri umani davvero compiuti, si arrestano attonite di fronte al dolore e cercano senza posa di trovare una giustificazione che, nel momento in cui si dimostra impenetrabile, genera forme acute di ribellione. E di grande ribellione si tratta se con tanta cura egli provvede a inoltrarsi sul sentiero del sacrificio per vendicare le immense turpitudini perpetrate su esseri che, a differenza degli uomini, devono sopportare le sofferenze estreme senza nemmeno poterle metabolizzare in strutture di senso.

Ma di nuovo ci troviamo di fronte a un altro paradosso; una volta tracciata la strada della guerra per la liberazione animale, automaticamente si prefigura un pericolo che in ambiente animalista produce vittime a non finire: il disprezzo per l’umano tout court, il rischio di incorporare nella categoria di “nemico” ogni individuo che non abbia imboccato la strada di una scelta radicale e irreversibile a favore dell'”innocenza massacrata”. E ci potrebbero essere tutte le ragioni per farlo considerando il campionario umano non necessariamente appartenente al vertice elitario, ma altrettanto orribile nelle sue manifestazioni di spietatezza: bambini di Palermo (ma potrebbero essere di ogni luogo) che cavano gli occhi a cani e gatti, palestinesi che fanno saltare asini, padri di famiglia “rambizzati” e rimbambiti che sparano a uccellini di 20 gr., popoli interi che soffrono le pene dell’unico inferno esistente (questa terra antropizzata), ma ritorcono senza pietà verso esseri che non hanno storia, cultura, linguaggio, credenze.

E invece emerge con forza l’altra grande questione non risolta che caratterizza la personalità di Federico: l’amore per l’ultima natura derelitta – quella che oltre a subire la violenza implicata dalla sua essenza mortale e naturale, deve anche subire la violenza aggiuntiva, superflua, gratuita generata dall’azione umana – non comporta automaticamente la dimenticanza della sofferenza dell’uomo, questa volta attribuita a strutture sociali distorte come il capitalismo, l’etnicismo, o le semplici quanto ancestrali bramosie di potere delle elìtes terzomondiste. Tutto il romanzo è un oscillare continuo tra speranze di distruzione di tutta l’umanità attraverso la diffusione volontaria di qualche virus (a modo dell’Esercito delle 12 Scimmie, costantemente richiamato) che restituisca alla Terra il respiro che questa muffa vischiosa, soffocante e invasiva impedisce, e vocativi più tradizionali che, nel momento in cui vengono pronunciati, illustrano la vivida speranza che qualcosa di buono sia ancora possibile costruire con questa specie perduta.

Emblematiche, a questo proposito, le corrispondenze con l’amico Spartaco che ripropongono modelli argomentativi interessanti e ci presentano un protagonista vibrante e appassionato nella dimostrazione di una prospettiva etica liberamente scelta dall’umanità e speranzosamente inscritta nella logica delle cose.

Mentre la prima oscillazione si sviluppa tra polarità ontologiche e dunque potenzialmente superabile attraverso un processo di pura e insindacabile scelta che tuttavia Federico non compie, preso com’è da profonde convinzioni antireligiose e l’evidente desiderio-speranza di “retribuzione” per il dolore subito dagli essenti, la seconda potrebbe svilupparsi entro una cornice epistemologica. Dunque organizzabile attraverso un pensiero che trovi la soluzione mediante opportune categorie concettuali e chiarificatrici che liberino il “pensante” dalle abiezioni dell’alienazione. Ma L’Assassino Cherubico non è un testo di filosofia politica. Né, d’altra parte, è possibile ascrivere a Federico il difetto di non fare chiarezza su una questione che fino a oggi, per quanto si sappia, nessuno ha messo all’ordine del giorno (con la parziale parentesi del Marxismo).

Si puo’ dire invece che il testo stesso costituisca uno sguardo disperato che si dispiega verso due immense infelicità – quella umana e quella animale – che si aggiungono al fondo naturale così ben evidenziato attraverso la sorprendente riproposizione di passi di grandi autori (primo tra tutti Schopenhauer).

In definitiva, un personaggio ambiguo nella sua incapacità di scegliere tra i fondamenti trascendentali e umani, perché grande esploratore dello spirito e essere umano nel senso pieno del termine. Eroe che, come tutti i grandi idealisti, non esita a sacrificare sé stesso con l’adesione alla prassi più radicale. Federico paga il suo debito. Paga tutto dopo aver impostato la sua vita nello stile perfetto del guerriero taoista.

Il libro

Vale la pena di spendere due parole sul genere originalissimo del romanzo. La prima cosa che balza agli occhi è la sua natura impropria. Forse sarebbe meglio dire che si spinge fino alle estreme possibilità consentite dalla scrittura narrativa. Non è escluso, infatti, che le maggiori difficoltà di lettura, per molti, derivino dalla caratterizzazione saggistica di una notevole parte dei passaggi. Anche laddove le pagine si allargano per lasciare spazio ai dialoghi – e forse proprio in quelle prima che in altre – la riflessione si appesantisce (si fa per dire) in costruzioni riflessive che possono facilmente respingere chi sperava di trovare una trama leggera basata su un trilling animalista.

L’Assassino Cherubico è sicuramente, prima di tutto, un romanzo, ma e’ anche “saggio” nelle divagazioni riflessive; è “cronaca” nella ironica e amara rappresentazione della ributtante realtà italiana, è “annuario” nella riproposizione ossessiva di statistiche che tendiamo troppo spesso a nascondere a noi stessi; è “poesia”, e non soltanto per la proposta di stupendi testi poetici; è “epistolario” per il sapiente inserimento di relazioni scritturali, che hanno lasciato traccia nelle vita dell’autore-protagonista; è “antologia” per le molteplici citazioni letterarie incastonate perfettamente nella cornice; è “manuale” sebbene non perfetto – per fortuna – per l’azione del terrorista animalista. E’ persino “sceneggiatura”: quando la scrittura pare che si autosospenda per lasciare spazio al dominio dell’immagine. Sono elementi che non si alternano per blocchi, ma per “frammenti”, e questo complica la lettura richiedendo una attenzione non comune. Ma la ricomposizione fornisce al lettore, nel momento stesso in cui diventa soggetto della ricostruzione, una soddisfazione che raramente può essere data dalla lettura di un romanzo.

Insomma un testo caleidoscopico e cangiante in cui lo sfogliare delle pagine (pagine html) lascia il lettore di fronte a una sorpresa continua. Per quanto i Saggi di Montaigne siano accompagnati dal tono del “distacco”, mentre l'”Assassino” sia costruito su una intensa partecipazione dell’autore alle vicende del suo personaggio, è proprio ai “Saggi” che ci sentiamo di volgere il paragone. Per la sfuggente adesione a un genere e, non meno, per uno sguardo sul mondo teso a abbracciarlo tutto con un bombardamento di argomentazioni che si rivoltano spesso nel loro contrario, fino a generare nel lettore la convinzione che tra 100 mila anni, se la specie sussisterà, sarà ancora lì a divagare su temi sui quali, forse, sarà sempre preclusa l’ultima parola.

E poi c’è un pizzico di Borges; laddove albergano le citazioni indirette. Soprattutto dove si discute di movimenti eretici, sette ebraiche, oscurità storiche. In questi casi bisognerebbe essere eruditi quanto lo è l’autore, per rilevare i confini tra finzione, invenzione e realtà storica. Come nel caso dell’autore argentino, non si comprende quanto Ricci giochi con il lettore come il gatto col topo.

Se si spinge lo sguardo sulla forma o, potremmo dire, sulla “sintassi del testo” riceviamo altre sorprese. Non è un testo facile, come già rilevato, essendo costituito da salti notevoli che possono disturbare il lettore alla ricerca della linearità del raccontare. Vari moduli narrativi si succedono in un alternarsi che può infastidire e sembrare disordinato. Lettere, narrazioni in prima persona, in terza, sprofondamenti del tutto in realtà oniriche quando emergono i dialoghi tra gli angeli e gli animali (dialoghi che in quel momento sembrano possedere il vero substrato di realtà), assegnazioni del ruolo narrativo a altri personaggi. E su tutto, la circolarità della struttura. Infatti il romanzo finisce con le stesse parole con le quali praticamente inizia, lasciando intuire una specie di maledizione che costringe gli esseri umani a ripetere all’infinito le proprie esperienze. Ma anche la struttura circolare è anomala e si intravede qualcosa che non torna giacchè dopo quelle parole che sembrano stregate:

“Caro Federico,
Sì in effetti, sono quattro i rabbini che tentarono la scalata al cielo, Akiba solo riuscì, gli altri soffrirono, Ben Azzay morì, mentre Ben Zoma divenne folle e Alisha divenne diteista….”

… c’è il sussulto della nota finale che pur facendo parte del romanzo, si sottrae alla sensazione di farne parte.

Per ultimo si noti l’uso della punteggiatura. In certi momenti la pausa che apparirebbe naturale, si contrae costringendo la lettura a una ripresa imprevista, come se il narratore avesse fretta di giungere al punto focale. E poi, al contrario, l’uso dell'”a capo” senza che si concluda il “paragrafo” per imporre delle pause e costringere chi legge a fermarsi. E poi, ancora, l’uso dell’interlinea singola e doppia come se l’autore volesse governare i processi di lettura per dare un ritmo obbligato al lettore, quasi un vademecum dello spirito trattato in modo invisibile.

Queste brevi note sulla “sintassi del testo” non hanno naturalmente la pretesa di oggettivare il romanzo; sono soltanto un invito a indagare gli aspetti relativi alla forma visiva della pagina, sospettando che essa contenga dei segreti che la nostra lettura, pur approfondita e attenta, non è riuscita a decifrare completamente. Una trasformazione parziale del testo, nell’ordine delle cose se apparirà una pubblicazione cartacea, potrebbe rischiare di rovinare questa fucina di forme e contenuti se non agirà con una cautela del tutto speciale.

Riassumendo

Di fronte all’anomalia di un testo come L’Assassino Cherubico” si prova un incontrollabile desiderio che trovi spazio nell’animo di tutti coloro che “percepiscono” le cose come Federico Nadali e che, come lui, pensano che lo scandalo prodotto nel mondo dalla componente umana, debba richiedere quell’abnegazione e quello spirito di sacrificio che, pur distanziandosi dalla forma scelta dal protagonista, siano capaci di coagularsi in strutture, programmi, prospettive e costituire un anticorpo rigeneratore contro il male prodotto dalla specie umana. Un vuoto da colmare giacchè oggi non c’è nulla che seriamente suggerisca una prospettiva di rinascita.

Non è mai stato così. L’umanità ha sempre generato problemi a sé stessa e al resto della “creazione”. Ma ha sempre disposto di speranza. Una speranza custodita prima, nella sua infanzia, nelle religioni e in altre forme di pensiero arcaiche. Poi, prendendo spunto da quelle e trasformandole in forme di pensiero ribelliste e eretiche, in movimenti che hanno fatto tremare il potere costituito. Infine, nella fase moderna – diciamo da Rousseau in poi – in prospettive sociali, civili e politiche capaci di offrire una visione del mondo diversa rispetto a quella di volta in volta imperante. Oggi, dopo il catastrofico crollo del Comunismo, il vuoto sembra essersi impadronito di un mondo lanciato a inaudita velocità verso pericolosissimi obiettivi privi di senso.

L’Assassino Cherubico non è un libro capace di dare una visione sistematica, non offre, con la sua visione semianarchica e ribelle, un modello alternativo. Tuttavia è una intera fucina di pensiero – e di pensieri – entro la quale si può ritrovare chi voglia tentare di ricostruire una alternativa che vada oltre il binario morto (per quanto riguarda la tematica animalista) costituito dall’asse Singer – Regan e che, nel prossimo futuro, dovrà essere necessariamente integrata a quella critica, per ora debole e confusionaria, alla globalizzazione che trova echi in forme aperte e interrogative anche nel monumentale lavoro di Paolo Ricci.

C’è da chiedersi se un romanzo abbia da svolgere una funzione come questa. Ma bisogna riflettere sul fatto che una “Teoria Critica della Società” sarà per lungo tempo inibita per causa di un inarrestabile scorrere processuale di eventi caotici a cui non si riesce più a contrapporre alcuna strumentazione razionale, sistematica e ordinatrice. Di fronte a questa complessità indecifrabile la razionalità, in quanto “discorso politico”, sta paurosamente vacillando. Forse un barlume di speranza – non nella progettualità di una alternativa, ma nella conservazione di uno spirito di reazione senza il quale tutto muore – è assegnabile a testi come questo: testi che possono creare, se riescono a affermarsi nell’oceano infinito degli stimoli e delle rappresentazioni della postmodernità, una atmosfera di illuminazione in ampi collettivi e diventare autentici cult.

Tuttavia non va alimentato l’equivoco che questo sia un libro per militanti costretti a distillare le righe in un clima di masochistica sofferenza. Ci sono molte ragioni per consigliare la lettura anche a chi è semplicemente alla ricerca di emozioni, di passi divertenti o poetici o curiosi. Vanno segnalati gli stupendi dialoghi tra gli angeli e gli animali; in particolare gli ultimi nei quali si demolisce, attraverso un accostamento geniale che il tempo potrebbe giudicare come un capolavoro assoluto, la resurrezione di Cristo. Oppure il puro e semplice sentiero della trama essenziale.

Certo che un lettore privo di un interesse “globale” potrà avere alcune difficoltà a seguire tutto il testo. E’ vero; ma questo è un limite di molti lettori del nostro tempo e non del romanzo. In ogni caso, come è scritto nella pagina di ingresso del sito “ahimsa.it”, chiunque riesca nell’avventura della lettura globale, una lettura attenta e partecipata, rischia davvero di sentirsi trasformato nel suo intimo più profondo.

Quanti libri, oggi, possono fare questo?

“karlmarxstraße”

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