La decade somptuese

Sezione: Poesie

La decade somptuese: Indice

1
Ma era “fumo di fumo”
come l’uomo di Qoelet

O “fumo che ha fame”

E verso il Braccio di Orione

Vide le galassie levarsi
ed erano simili a cirri
sospinti dal vento
su un crinale di un monte
E non so dire
E alla fine
era tutto
come un micidiale libro:
uno studio perenne
dell’arrovellarsi di nubi
un evolversi di nembi da un punto
eternamente dato.

2

Nel limite c’è anche questo:
l’apertura smussata verso la luce:
ed è difficile incedere
su terreni intrisi di pioggia
La volontà gioca e si maschera
E tutto quello che produce
sotto le volte del cielo
è mistificazione pesante
Bestie care,
gli angeli,
tra galattiche cogitazioni,
vi attribuiscono
sogni evolventi.
Il tempo è questo.
Tra le fessure delle spesse volte
puoi percepire una luce
e su quel bagliore luminoso
edificare una cattedrale di parole
Il tempo è questo e il mondo è dato
E non c’è da entusiasmarsi:
nella terra dell’eterno spreco,
sullo scranno del potere
è assisa l’ingiustizia.
Ho provato ad interpretare
i miei sogni:
tutto un vago rincorrersi di ombre:
siamo armoniosamente sospesi sull’inanità
Vi ho cercato tra i recessi del tempo
frugando tra le pieghe
di un manto tenebroso,
ho intravisto un angelo efebico:
un’offesa alla vostra luminosità.

3

Il “tumble weed” rotola
sospinto dal vento.
L’insegna del fatiscente motel
gracchia.
Questo è il luogo delle ossa
di Ezechiele ove tutto resuscita.
Questo è il luogo
ove il mondo non contamina,
ove la terra è terra.
Più lontano,
infinitamente più distante,
il ciliegio è fiorito
sulla stele di James Heckton
Questo è il luogo
ove Il “tumble weed”
rotola incalzato dal vento
è il luogo delle ossa scarnificate
di Ezechiele
ove tutto resuscita.

4

Affondo nell’erba
il lago di ghiaccio
come uno specchio
riflette il cielo
Un corvo sosta
su una panca fatiscente
di umido legno
case bianche si stagliano nella dimenticanza:
quello che credevano incontaminato
è roso dai vermi.
Una forza autentica si esprime nel silenzio:
le tenebre sono una cosa della mente
non hanno sostanza nel mondo delle cose.
Le conversazioni angeliche?
Un frusciare mendace di nubi.
L’angelo ammantato d’edera
ha costruito il nido
nel centro del cuore.

5

Il sedum reflexum sta crescendo
sotto i tuoi piedi di tufo
la giunchiglia e sei giacinti
tra le tue caviglie di cristallo
Sotto il ciliegio fiorito
procedi,
distrattamente, nell’ombra.
Nel dileggio del mondo
il cielo assorbe la tua luce
e la riflette nel cupore delle acque
La grande luce portentosa dell’estrarmi
dal corpo,
la folla assiepata
sul crinale del monte,
l’uomo elegantemente assopito
sotto il portico,
la madonna bizantina che sorride
sul letto del morente
e le cose demoniche:
lo svilupparsi della luce che oblitera il lago
il procedere smilzo
sotto il cielo
eternamente imbrunito
che si rispecchia nell’acqua.
In un altro luogo – non – luogo
in un teschio consunto
dagli elementi
El apre il suo munifico corpo
e chiede: “Puoi vedere il mio cuore?”

6

La solarità è questo bruciare
d’azzurro
È la trireme bilanciata sul mare ceruleo
La solarità è il dispiegarsi di vele
oltre i residui di brume
È il trascendere imperioso
oltre cadaveriche essenze
oltre l’ectoplasmico sentire
di sussurri e di doglie
E’ l’oscillare nell’accettazione del tempo
E’ lo sfuggire gli squittii di semiforze cineree
La solarità è il dissolversi di adiche larve
E’ il demolire il nevrotico moto di teste inclinate
La solarità è l’epifania delle finitudine
È lo stagliarsi oltre la tenebra ruvida.

7

La luce della mente è frammista
a quella degli occhi:
un frusciare alto di fronde
mentre Excalibur è dormiente
l’elevarsi della forza
come cantico di guerra
poi l’imbrunire:
un poderoso rimestare di sterpaglie.
Ora il Tutto trascende
inoltrandosi per limpidissime acque.
Un inseguirsi di tuoni
mentre sprona il destriero
verso il crinale del monte
il tempo è concavo
il cielo, che il luogo dei non – dei,
è violaceo.
La magnolia è fiorita
il fiore di pero è germogliato
nel “mondo senescente”
la terra è intrisa di luce
Excalibur è placato.

8

La soglia di bronzo
divide il giorno dalla notte
O la notte dal giorno
Gli dei sono presenti,
infradiciati dall’acqua del Lago Tritonide
Erinni, Esperidi, Furie, Arpie
Kronos che si lecca i baffi,
Apollo iperboreo,
che perambula su gelide onde,
Zeus, le figlie della notte
e coloro che abitano il tramonto
Tutti gli dei rinchiusi in scatole
di consunto cartone
appoggiate su una scaffalatura
di scabro, ruvido legno
Una rosa appassita su una disfatta mensola
La compassione è
l’ultimo raggio di sole
che penetra
dalla fatiscente finestra.

9

Come eravate vaghi, spettrali
nella radiosità umida,
tra le brume offuscanti
e il fiume Oceano vi lambiva.
E i viali immensi, lambiva,
con le statue itifalliche:
una teoria marmorea
elevata a morboso sentire.
E tutto uno sfaldarsi di luce
uno stemperare la potenza del sole:
un trasfondere immagini in dorature esplodenti.
Si, i Rephaim mi curarono.
O fu un uomo di Marduk.
Non ricordo.
Poi fu tutto un vagare
un espandermi oltre le Colonne di Ercole
verso l’argentea Tartasso
un navigare in un divulgare di luce
oltre il Finis Terrae
oltre l’Oltre
Quando purificato
mi concessi all’Essere,
I Rephaim mi curarono dallo sfinimento
Ma mancavano poche lune
all’evolversi della mia morte.

10

L’onda sciaborda
contro la prua
ma come è esplodente
la gloria
e come è triste il curvarti
nella cenere
e come pretendere
il senso del mondo
quando sei bilanciato
nell’infinito spazio?

11

Giungendo da Torcello,
sulla Salute,
si manifesta tra le nuvole
la città degli immortali cinesi
circondata da un fiume d’oro
tre castelli svettano nella volta celeste
trasfusa di luce
l’apparizione sembra le isole P’ang Tai
o la montagna di K’un-Lung
nei territori della Regina d’Occidente
moglie di Yu-Ti, l’Imperatore di Giada,
o l’isola dei Quattro Maestri, chiamata Ku – Shin
e raggiunta miracolosamente daYao.
Più tardi
torna prepotente il reale:
nell’atrio a portici
di Sant’Ambrogio,
a Milano, un piccione moribondo
sotto la pioggia scrosciante
ricorda il cavallo di Roth
adagiato sul selciato
che spira nell’indifferenza generale
ricorda il dio azzurro,
impettito come una dama asburgica,
che passa vicino al destriero morente
ignorandolo, come fosse un pezzo
di carta imbrattato
Ma io,
spudoratamente,
ti raccolgo
piccola bestia
nella memoria impotente
del mio inutile cuore.

12

Ho prolungato la luce del giorno
l’ho espressa in me stesso
come un’illuminazione interiore
ho raccolto il tempo in quella luminosità
ho accostato la porta dell’anima:
un fiore dalla terra non lo strapperei.

13

Malgrado ciò che appare
rivolgiti a noi:
ma non so come dire:
ci solidifichiamo verso un centro sfaldato,
diluito, e le parole profetiche sono tuoni
o inani, decentrate quisquilie:
sono rutti di vuoto.
Ho bisogno di racimolare l’Essere
raccogliere briciole di luce
ma mi sono inebetito in un lucore malsano.
Ora eccomi nel guado del nulla:
femminei Bodhisattva oscillano
nella lucentezza samsarica
e ascendono scalinate muscose
che conducono verso palizzate di tenebra
o sostano, nel guado del nulla,
come nembi leggeri,
tra aurei ornamenti,
su piedistalli di giada
Quante volte ho sentito
la loro nenia debordante nel vuoto!
Ecco il lago,
ove scagliarono Excalibur,
che riflette nubi adombrate.
Un airone su tronchi di lacero legno,
un corvo nero, una cattedrale
azzurrognola di nuvole e luce,
la croce su una cupola rozza:
che pena infinita!
Il mormorio delle cose abbandonate
nel tempo fragile del secolo astruso:
un leone di granito,
espressione della borghesia rilucente,
sulla soglia rosata della mignotta Evelina.
Ora piove, affonda nell’acqua piovana
questo assurdo paese.
Che afflizione il tempo dello sgomento
in quest’epoca stramba:
si è masticato il mio corpo

14

Eccomi nel guado dell’Essere.
Ho attraversato la vita
In due giorni
e sempre questo sentimento
di incompiutezza,
di nebbioso spaesamento
ho i piedi gonfi per il troppo camminare,
ma non mi sono mosso di un centimetro.
Ma non pensiamoci più:
evitiamo le elucubrazioni fatali
della contorta coscienza
evitiamo l’onda mnemonica
del furioso ricordo
Se vien meno la pretesa
del Dio bisbigliante,
se vien meno la mistificazione
del silenzio origliante,
non crollano fondamenta
ma le potenze illusorie
che ti confrontano
potrebbero disintegrarti
potrebbero dissolverti nell’aria leggera.
Così, eccomi nel guado dell’Essere
tra le foglie di alloro
tra tigli e betulle
Eccomi nell’apertura
della lucentezza essenziale
non lontano dal mare che mormora
e dalle foreste fruscianti.

15

Eccomi nel teatrino dell’apparenza
tra soldatini di piombo,
scarpe di Fendi,
piante aromatiche,
seta, alabastro, telefonini e porfido
Eccomi trai giardini penduli
e gli arabeschi dell’eterna incompiutezza.
Eccomi nel bordello del divenire
nel centro eternamente cangiante
Eccomi nel guado del vuoto
bilanciato nella perplessità:
mi si è inebetito il cranio nello splendore
della rilucente illusione.
E almeno, una volta, giungesse la gioia
in questa caverna di ombre.
Ho viaggiato per migliaia di anni
e non ho sollevato le chiappe
da questa sfondata poltrona.
Non ci pensiamo più:
l’airone su tronchi fatiscenti
osserva Max che lo guarda imbronciato.
Ho ripreso i miei viaggi:
oltre Thule brumosa c’è il Nulla.
Eccomi nel Vaudeville del divenire:
sulla tomba selvaggia crescono
gramigna, ortiche, edera,
menta, malva e pervinca.
Il nome è raschiato dal tempo
Religiosamente, mi inchino davanti al suo oblio,
davanti al suo lussureggiante non – essere.

16

Dalle froge del cavallo
fuoriesce una nuvola azzurrognola:
Max contempla.
Inaliamo l’oscurità.
Respiriamo la tenebra.
L’airone Ambrogio è perplesso
e risiede nel punto ove Excalibur
fu inghiottito dalle acque.
Interiorizziamo la notte:
una lumaca ha lasciato una scia argentea,
tra il naso e l’occhio,
del volto tufaceo della Shekinàh.
Omero piscia
contro il tronco di un albero.
Max pensa: Ambrogio è un piccione
con le zampe allungate.
Non mi ci raccapezzo più:
la Shekinàh ha concesso,
nella sua immane misericordia,
i miei fiori alle fameliche lumache.
Questo vento meridiano
parla di eternità tra la geometria
solare delle ombre
Sono confuso:
l’airone Ambrogio,
immobile come un Bodhisattva pennuto,
si dissolve, in un lampeggiare di Iris,
tra gradazioni sfumate grigie e verdastre
Max incupito osserva
una paperella che levita sulla superficie
nera dell’acqua.
Ma la vita è essenzialmente dolore?

17

Ah la perdurante smania!
Ah la crisi profonda delle anime sante!
Il passato oscilla e vaneggia!
Vi dirò: me ne strafotto dei grandi poeti
di Chaucer, di Auden, di Rilke
del perenne piagnisteo
delle anime belle.
Mi sono strofinato la barba:
tutto quello che luccica
è un vacuo essenziale e mendace.
Vitale è affrontare la modernità con austero cipiglio:
la mia è un’avventura nell’evoluzione del vuoto,
anche Pol Pot e Pinochet seguivano una loro logica:
se pensi la vita profondamente
non hai altra scelta di conflagrarti il cervello
di imploderti la spugna cranica
Si: a un certo punto tutto si dissolve
anche lo stalinismo cullato da palme
ma uno potrebbe alla luce esporsi,
o senza contaminazione espandersi,
o, senza rancore,
immergersi e affogare, irredento,
nella luminosità opaca del tempo.
Ho raccolto un canarino morto
in un tripudio di passeri: così è la vita
l’ho deposto nel cuore della mandala folgorante
dell’angelo scarlatto
Eccomi: il sole rivela l’eternità
nelle ombre del tardo meriggio.
La sua potenza è la luce meridiana
che anticipa e filtra la notte.
Forse è meglio dire che bivacca nel centro della notte.
Sto cercando l’airone Ambrogio
che mi evita e mi detesta
come il Graal aborriva Lancillotto.
Eccolo! L’ho finalmente trovato:
profondamente mi inchino.

18

Il segno nell’infinita attenzione può giungere
quando la volpe corre tra le vostre case di pietra
Il segno non è evidenza di parole
o precisione di pensiero che si staglia,
è un tergiversare nell’oscuro,
un oscillare tra cose che non sono
Il segno emerge dalle erbe selvagge
oltre il dio bronzeo
che si sfalda nella luce opaca
nel lucore diafano non generato dal sole
Il segno è lucentezza avveduta
che si dischiude
come l’aureola lussureggiante di un angelo canuto
sullo sfondo del platano.
E’ un vagare tra gli ontani percependo la luce sottile.
Nella decade sontuosa il Cristo coranico conversa con le pietre:
eccomi, quindi, nel centro dell’essere,
distendo una mano,
allodole voluttuose fluttuano
intorno a faggi selvaggi e ad aceri rossi.
Mi riprendete e dite:
fumisterie metafisiche,
un rimuginare di cose oscure
Rispondo: un orda di infedeli attraversa il campo
di primule e viole.
Domando: questo ribollire favoleggiato
dal vostro parlare traslato
è una storia incapsulata nel tempo?
O è una farsa che si ripresenta, eternamente,
alla ribalta della storia del mondo?

19

Le lumache hanno scalato
il collo della Shekinhàh
e si sono annidate
tra le pieghe del suo manto
Aristodemo,
il seminatore evangelico
se la spassa tra amenità verdastre
e Satana è un leprotto grazioso,
saltellante su un campo,
che raccoglie semenza.
Aristodemo diletto,
gestiamo il vuoto
ci destreggiamo in questa malinconica
fatiscenza
siamo avanzi di carne
rosicchiata dal tempo
che cantano la propria senhsucht,
come accidiosi danteschi,
immersi nel fango
Aristodemo, un segreto:
se deponi le tue misere chiappe
sulla nera sabbia di Aberyswith
e attraversi col pensiero il fiume-oceano
sbatti il grugno peloso contro un campanile di Gorey
e puoi far tintinnare una campana
e se varchi l’Irlanda
e spicchi il salto dalle scogliere di Moher
raggiungi l’abisso del nulla
che è un‘immensa cascata di acque
ove si corica il sole.
Carissime,
il nulla non è una astrazione dei filosofi
è un moscone che ci ronza nel cranio:
gli dei ci hanno fottuto,
diletto, ci hanno relegato nel buio essenziale
della mente
tra l’odore di mirra e franchincenso
sprofondiamo nell’abominio
di voci infantili e demoniche
e del rullar di tamburi:
una maschera di alabastro hanno preparato
per il nostro dipartire.
Carissime, eccoti nel tempo dell’ottusa trasparenza;
eccoti sbuffante e dirompente verso una balorda eternità
Il tempo si è curvato,
si è inarcato, Aristodemo:
la ninfa Egeria, dopo aver squittito
di piacere come un porcello
mordendo un cuscino,
ha profetizzato vuoto, solitudine delle cose,
abbandono e decentramento dell’Essere.
Mi sono grattato la pelata sull’orlo del mondo:
sotto un architrave derelitta
curva sotto il peso di Biancaneve e dei suoi nani di coccio
sorride Manuelita Gower principessa gallese
della ritmata “ fellatio”
Dici: maschilismo degenere, Aristodemo?
E’ che siamo attanagliati dalle grinfie del nulla:
ci barcameniamo bonariamente
tra le ilari inanità che Satana ha seminato.
E’ che sopportiamo il peso dell’Essere,
carissime, che si manifesta come un diafano rilucere
ti dirò: davanti a quella fugace opalescenza
sarebbe necessario inchinarsi.

20

Aristodemo,
in un luogo chiamato Aberaeron
discendiamo nella notte:
lo spaesamento aumenta
in questa condizione coatta.
Nella città decrepita,
nella luce crepuscolare,
un “mancunian lumpen”
alto un metro, si manifesta
con la cresta platinata alla Beckham,
con canottiera stinta,
con tatuaggio inneggiante alla mamma
e con orecchini scintillanti,
quasi fosse la Regina di Saba
e trascina,
nella luce che si sfalda,
una consorte adiposa
e un mostruoso marmocchio
con la maglia scarlatta di Roy Keane
Coronata da misiotide
e da fiorellini cerulei
la ninfa Egeria strabuzza gli occhi.
Max abbaia.
Aristodemo,
Beckham e la sua moglie anoressica
ci hanno devastato l’esistere,
con tutte quelle insulse troiate
hanno dissolto una nazione,
sono peggio della santa Diana
e dell’amante – cavalla del principe Carlo.
Aristodemo,
eccomi nel teatrino del divenire:
Ronaldino ci ha salvati
con uno spiovente improbabile
quando Trapattoni aveva già smesso di spruzzare
acqua santa.
Il catenaccio ci ha distrutto la mente, diletto,
i mangia – cani di Seul ci hanno liquidato;
tutti i santi del cielo e Padre Pio
abbiamo invocato inutilmente.
Aristodemo,
Sebald dice che i passi decisivi
sono fatti in forza ad un impulso interiore:
sarà: io seguo l’uomo crestato mentre Max
furiosamente si agita.
Dici: un cane classista, Aristodemo?
E’ che il lumpenproletariato erompe spesso
in un dissoluto fascismo: per questo Max abbaia.
Da una finestra diroccata
da dove piove una luminescente
nuvolaglia, la ninfa Egeria osserva:
mi sono esibito, ignominiosamente,
carissime, con le brache cadenti di felpa
sulla spiaggia.
Narcisismo degenere, dici?

E’ che ci schiacciano i poteri d’oscuro,
diletto, a Sundown
ho osservato una danza di morti,
e i pensieri mi si sono asserragliati nel cranio:
più conosci la tua specie
più finisci prigioniero
di una misantropica demenza.
E’ che siamo fottuti nella testa,
Aristodemo,
è che Satana, saltellante come un leprotto,
raccoglie la semenza e si squaglia.

21

Mentre stavo leggendo della casta Marcella
e l’oscuro Porfirio, carissime,
il seminatore evangelico,
ansimando e grugnendo,
si è fottuto una cocca tettuta
nella stalla.
La ninfa Egeria
che detesta roboanti fornicazioni
ha storto la bocca e sussurrato: o tempora o mores!
Satana – leprotto si è sbellicato dal ridere
agitando le orecchie pelose
“e che sarà mai una scopata!”
A quel punto con un bagliore
si è aperto un addensamento di nubi violaceo
ed è apparso Diopadre,
con il Paracleto – colomba,
come Long John Silver,
su una spalla ed ha detto:
“Si comincia così e si finisce con la pedofilia!”
La ninfa Egeria,
agitando le dita a becco,
si è chiesta: “ma che c’entra la pedofilia
se la cocca tettuta ha 30 anni?”
Aristodemo, mi domandi se Dio si è confuso?
Ti rispondo: il Signore degli Eserciti è vecchio.
Il Paracleto tuba e Cristogesù è muto, pallido ed esangue
Fumisterie metafisiche, dici?
E’ che siamo saltimbanchi con bilancieri
sospesi sull’abisso del vuoto,
carissime, e per superare la noia mordiamo
le cocche tettute sulla candida nuca
come gatti in amore.
Bestialità istintuali, mi dici?
E’ che ci si è obnubilato il coccoricò per
lo scarso pensare e il proliferare incontrollato
di suoni e di immagini.
E’ che siamo segnati da incombenti
sciagure decise dagli arconti e dagli angeli
E’ che siamo marionette danzanti
davanti alla iperscrutabilità tartufesca del Nulla
Fatalismo degenere, dici?
Ma non ti va bene niente:
è che arcangeli e dominazioni ci hanno fottuto
con impulsi nefasti
affoghiamo nelle acque amniotiche del vuoto
è che siamo funamboli dell’effimero
sferraglianti tra eventi minuscoli
e incediamo tra il ciarpame fatiscente
e malefico.
Dici che sono contorto, Aristodemo?
E’ che siamo una specie assassina e deforme
che si guarda allo specchio e si trova graziosa
è che siamo un marchingegno
letale di carne e di nervi
che inventa cazzate e che vive menzogne.
E’ che siamo l’ombra dell’ombra.

22

Dice la ninfa Egeria
al barbone Van Breuggen:
è che sei incompiuto
perfetto o imperfetto
e attraverso le tue incompiutezze
e imperfezioni
trascendi lo spazio pidocchioso
nel quale dimori
e attraverso la tua struttura
originaria e solitaria
lasci spazio,
a chi ritrova se stesso
ma sempre in maniera peculiare
così accade,
barbone di merda,
che le opere d’arte scaturiscano
da imperfezioni e incompiutezze,
dall’immediatezza della loro spiritualità
espressiva
ma loro
loro chi?
loro sembrano marionette barocche
dalla logica aspra
mentre io amo l’intuizione
ecco: loro amano il sapere bislacco
e geometrico
ma la tua essenza è caleidoscopica
caleidoscopica?
Si, caleidoscopica
placa l’anima ferita
e per questo non si può intervenire
nella tua essenza originaria
fatta di zecche e pidocchi
ed è questa originalità essenziale
che si percepisce come imperfezione
ma manometterla è tragico
e significa distruggere
equilibri funambolici
funambolici?
Si, funambolici, che si percepiscono
come attributi della luce originale,
della struttura arcana che si basa
su armonie nascoste,
la terra che ci ospita
è vasta ed è contenuta dal mare
ma in te tutto si svolge a livello
di memoria
in una dimensione interiore,
a livello di inconscio
ove tigri, pantere, elefanti, zebre,
topi, gatti, uccelli dall’occhio lucente
asini e galli convivono insieme,
predatori e predati
e ti osservano armoniosamente
affettuosamente
rassicurandoti
in questa solitudine contenuta
vivono insieme
predatori e predati
e tutto è vivo tra i tuoi pidocchi
ogni minima cosa
apparentemente inanimata
ti osserva e ti contempla
l’inconscio non ha impostazione
è simbolo ripetizione
ossessione
e se esci non puoi
assolutamente ritornare
e magari ciò che rivela
l’arcana sostanza
è cosa minuta
un temporale estivo
l’odore dell’erba bagnata
le nubi mutevoli
il saettare di fulmini e i tuoni
ecco: delicati lampi
In questa casa di ombre benigne
benigne?
Si, benefiche
piene di oggetti dei trapassati
libri, carte, animali di legno
percezioni estetiche
che fanno che questo luogo,
silenziosamente,
respiri e ti protegga
ed io che mi squagliai in lacrime
per Numa Pompilio,
che un barbone di merda non era
ma un sovrano, ti dico
che dici?
Dico che il guscio dell’antico
paguro emerso dal fondo del mare
ti preserva
si, ti protegge
coperto di croste bianchissime
che ricordano il gesso
e parla di abissi e di un incontro
con pietre arcane
e di conchiglie, parla, che furtivamente
guardano in te
furtivamente?
Si, furtivamente
in una stanza piena di sogni
e pensieri acuminati
che sussurrano strane verità
ed ecco questa pioggia miracolosa
ripulisce, lava la città malata
e fa bere gli alberi assettati
una pioggia prodigiosa
e tutto sembra rinascere
e continua incessante
lo scroscio d’acqua nel cortile
sul selciato deserto
come una nenia
come una nenia?
Come una nenia.

23

Van Breuggen
allontana dalla bocca sdentata
il Corno di Salvezza e sussurra:
la Shekinhàh è fuggita dalla Porta
della Misericordia
e dopo la fuga,
o la cacciata,
non si capisce bene,
i mortali hanno ostruito
la Porta della Misericordia
con calcina, pietre, mattoni,
ossa di animali sacrificati nel Tempio,
lattine di Coca Cola schiacciate,
macchine abbandonate
ed anche con una borsa bucata
di Fendi.
Dice la Ninfa Egeria:
il secolo si consuma;
e Van Breuggen, furtivamente,
si sfiora i testicoli.
Il sole morirà tra cinque miliardi di anni,
olandese di merda!
Precisa la Ninfa Egeria.
E van Breuggen:
avevo capito cinque milioni di anni
e mi sono sentito male.
Ecco i mortali,
pensa la ninfa leggiadra,
attaccati alla vita
come mosconi
ad uno stronzo fumante,
sguazzano nella nefandezza
e nella sporcizia interiore
come i pesci nel mare.
Van Breuggen solleva la pupilla cerulea
ed implora: ce l’hai un vecchio pound
per un sorsetto di whisky, troietta?
E poi: zoccoletta iperuranea,
me la molli una cica?

24

Ecco – dice Van Breuggen –
nel terreno montagnoso di Giudea
vi serviremo in santità e grazia
Vi serviremo con il bofonchiare
della voce profetica
che scaturisce da una fessura del cranio,
da una crepa dell’anima,
da un vulnus interiore
e farfuglia.
Il poetare – dice Van Breuggen -,
mentre si scaccola il naso,
è un intima preghiera verso il vacuo
verso l’irredenta speranza
il poetare è un gesto sospeso nella fatuità,
ninfa mia,
è un sussurro che sgorga
tra i giochi della luce del sole,
che ti giunge
osservando, sull’asfalto,
un fiore morente,
o una colomba
che si riposa in una guglia
di una decrepita chiesa.
Si domanda Van Breuggen
mentre contempla una caccola:
vi pare giusto che nuvole idilliache
siano infrante dal volo di aerei?
Questi centri di eterna demenza
sono le città dei mortali;
ora vado,
trascino la voce poetante,
come un orso ammaestrato,
tra i terreni obliqui di Giudea
e cita l’Apocalisse sibilando:
l’agnello è sgozzato
sin dalla fondazione del mondo

25

Il poetare – dice Van Breuggen
agitando le mani e le pupille cerulee –
è qualcosa che scaturisce dal vulnus dell’anima
e l’ascetismo non serve
né le grandi illusioni
e non raccomando la luce diafana
che si espande sul lago
i padri del deserto sospettavano la luce translucida
e si proiettarono all’esterno della civiltà dei consumi
sporgendosi nel vuoto del mondo
ma un tempo la coscienza era tersa
e lo sguardo rifletteva il vedere attonito
del silenzio desertico
e il demonio ci appariva illuminato
da luce cianotica
all’interno delle frontiere del bene;
bene dici?
Si del bene? Non del male,
ma ora la virtù si compiace
e l’uomo si abitua al dolore;
è che non abbiamo una patria ma un reame
di pidocchi nell’aria sulfurea.
Risponde la Ninfa Egeria
con voce di foglie fruscianti:
ecco: tu dispieghi la tua angoscia
dietro al divertissement
al ghirigoro, al fregio, all’oro
ma il dolore trasuda dal bello
lacrime d’oro che hanno sempre il colore
del sangue;
e la natura è arsa dal sole
ma nel tuo cranio, nel buio del tuo cranio,
nelle volte gotiche del tuo cranio
la santa la conservi, la preservi
sotto una campana di vetro
con il volto biancastro
vestita di nero
immersa nella naftalina
e che non se la mangino i tarli
uhhh che non se la pappino i tarli
la santa nera ammuffita
e sccccc… che nessuno la tocchi
che è sacra come una mamma italiota
ed accendi ceri e lumini per rendere limpido
l’oscuro, nella struttura del cranio,
come tra ombrose navate
come tra guglie bisunte
con il volto biancastro
e guai a chi la tocca la santa del cranio
e quando esce dalla porta della misericordia
e cerca di rientrare
hanno murato la porta
sotto una campana di vetro
tutto vestita di nero
la santa ammuffita
tra guglie di cenere
e sccccc… che nessuno la tocchi
nell’oscuro delle nicchie del cranio
tra archi gotici fatiscenti e nebbiosi,
e l’ascesi, il digiuno, la veglia, la fame
non servono e nessuno la sfiori,
e quando accompagna il Signore dell’Occaso
e lo spinge oltre le sembianze mortali
meglio evitare il coito immorale con succubi
e la contemplazione di stelle marine
Uh cha palle – pensa Van Breuggen
e solleva le pupille cerulee.
Ecco… si…. pensi che palle, barbone di merda?
Procediamo oltre la grande necropoli,
e non avvicinarti che puzzi di fogna,
siamo presso la valle dei re
ove il dio con la testa di cane pesa l’anima
che non abbiamo,
che abbiamo perso,
anzi il cuore che abbiamo perso,
eccoci nell’isola santa
ove il vento scuote i bianchi cipressi
ma tu la santa la trattieni, la conservi
sotto una campana di vetro
con il volto biancastro, vestita di nero
ammuffita tra guglie cineree
e sccccc… che nessuno la tocchi
e la deponi sulle sponde luminose del lago di fiamme
che incenerisce i cadaveri tra orizzonti mutevoli
è che siamo stranieri sulla terra – interrompe
Van Breuggen ruttando –
Dici stranieri sulla terra, olandese del cazzo?
Ecco: il tempo sembra dilatato
dal lago di fuoco attraverso i ricordi del vascello
immaginario tra le onde fantastiche
come la nave di Ulisse
issata verso il monte azzurrognolo
nella dimensione onirica;
e tutto è strasformato dal sogno
con colori e sapori interiori
anche il piatto di gnocchi al sugo Knorr
o il caffè spumoso dell’uomo – madonna
e il santo trasformato dal sogno
che dice che la bellezza è demonica
e l’altro che gira, come una chiocciola,
trascinando una casa sul dorso
e quello che salva tartarughe
navigando su acque marine;
il sogno trasforma le montagne del cielo
le nuvole multiformi che ricordano vive entità,
trasforma gabbiani solitari in draghi tra le onde leggere,
e il silenzio delle statue dimoniche che si affacciano
dalle desolate ville;
Dio che pippa! Pensa Van Breuggen e si gratta
poetando.
Dici: pippa, olandese di merda ?
Ma tu la santa la tieni sotto una campana di vetro
nella dimensione del cranio,
tra le nicchie fumose,
e guai a chi la tocca,
e guai a chi la guarda
che ha gli occhi di Medusa
che fossilizzano e azzannano.

26

Ecco: mi sono immerso nel firmamento
mi sono diluito nel tempo
come ghiaccio nell’acqua malsana.

Ora, sto annientando la mia storia,
sto cancellando il mio passato
con la spugna del purificato pensiero:
mi sto dissolvendo nell’aria leggera.

Un tempo ero tra gli sciamani
ed abbracciavo la corteccia degli alberi
e mai che loro comprendessero
il mio assillante salmodiare
o le mie percezioni ammantate di polvere
sul pallido mare o sulle cime burrascose;

ma quando vidi l’oceano muggente
raccolto tra le fenditure del monte,
mi vibrò l’anima per l’emozione
e mi dovetti piegare

Quanto è duro, gente, travalicarti,

ascenderti come un picco nevoso,

superarti come un dirupo inconsistente,

trascenderti come l’apparizione lunatica
di una folle fantasmagoria.

27

Con una fuga ignominiosa
si chiude la decade sontuosa;
si veleggia verso il diluito
grigiore del pallido mare.

Lo “spettatore imparziale”
di Adam Smith
resta allibito
davanti alla scena di colori
cenerini e fugaci;
l’osservatore interiore,
l’eroe eponimo
del vuoto interiore,
si piega su se stesso sconsolato.

E chi parla di radici?
Siamo senza humus,
siamo trasparenti
per la mancanza di “ground”
come carta velina,
diafani come il ventaglio
di un monaco Zen.

La ninfa Egeria si è dissolta
in uno sciame di farfalle,
Van Breuggen
in una coreografia di fuochi fatui

E’ tutto illusorio?
Siamo parti di una febbrile immaginazione?
Siamo cani di paglia che bruciano nella notte?

Conoscete la natura del diabolico?
E’ ciò che distrae dal silenzio del sacro.

Mi sto estinguendo lentamente
come un fuoco che si spegne,
mentre le foglie del sicomoro
accarezzano il volto della Shekinàh

Mi sono issato sullo
spazio demenziale
della storia del mondo;
mi sono stagliato
nel corpuscolo millimetrico
del mio ignobile passato.

Ho scarnificato le ossa parietali:
sto calmando la scimmia interiore
che scuote le sbarre
della gabbia del cranio,
ma mai mi sono indirizzato
verso potenze illimitate.

L’estraneità, in fondo, è la nostra forza
ma precipitare nel vortice dell’oscuro
non è una cosa da poco.

Oltraggiosamente si chiude la decade
mentre l’airone Ambrogio
appare tra iris e fiori di loto,
riflesso dalle acque;

ed è l’unica presenza consistente
nella vibrante precarietà.

Max si è incupito
come Bodhidarma;.
Omero nuota
nell’acqua vischiosa,
Ambrogio ostenta
eleganza e distacco

Respiro equanimità.

Ecco: mi sono inchinato davanti a tutte le cose.

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